My Hero Academia termina in un cerchio perfetto

nikita_erre
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19 dicembre 2025
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My Hero Academia termina in un cerchio perfetto
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Con l'episodio 11 della stagione 8, 僕のヒーローアカデミア ? ( Boku no Hīrō Akademia ) spegne definitivamente i riflettori sulla storia del più grande degli eroi.

Si chiude così un percorso narrativo iniziato dodici anni fa, con la prima pubblicazione del manga nel 2014, e proseguito nove anni fa con la messa in onda del primo episodio dell’anime nel 2016.

In poco più di un decennio, My Hero Academia ha conquistato una visibilità straordinaria, generando attorno a sé una polarizzazione ormai tipica dei grandi fenomeni culturali contemporanei: da un lato, un numero consistente di detrattori, infastiditi dal successo di un’opera da loro ritenuta sopravvalutata; dall’altro, una comunità vastissima e profondamente coinvolta, capace di riconoscere nella serie un immaginario ricco, stratificato e emotivamente incisivo.

Uno sguardo personale sull’opera

L’autrice di questo articolo ha incontrato My Hero Academia quasi per caso, nel 2018. L’impatto fu tutt’altro che neutro: devastante, nel senso più pieno del termine.

L’immagine del piccolo Izuku Midoriya che guarda in loop il filmato del debutto di All Might con gli occhi pieni di luce e la pelle d’oca è emblematica di quell’esperienza iniziale e totalmente esplicativa di ciò che successe all’autrice.

Obiettivi e metodo dell’analisi

Questo contributo si propone dunque come un’analisi approfondita e minuziosa dell’epilogo del One For All, e delle conseguenze narrative, etiche e simboliche che Kōhei Horikoshi ha costruito attorno alle scelte dei suoi personaggi, pagina dopo pagina.

L’intento non è semplicemente quello di ripercorrere gli eventi finali, ma di interrogare le implicazioni più profonde di un’opera che ha fatto dell’eroismo il proprio campo di tensione principale.

Avvertenza ai lettori

Saranno inevitabilmente presenti spoiler continui e riferimenti espliciti a momenti cruciali della trama, sia dell’anime sia del manga.

La lettura è pertanto sconsigliata a chi non abbia ancora completato la visione della serie o la lettura dell’opera originale.

Verso l’analisi

Procederemo ora con gradualità, cercando di sviscerare i diversi livelli della narrazione e osservando la trama da molteplici prospettive, nel tentativo di restituire la complessità di una conclusione che ha diviso, emozionato e interrogato il suo pubblico.

Una storia, mille protagonisti

Un protagonista dichiarato, un mondo corale

Il nostro tenero broccolo, quella simpatica e indisciplinata chioma verde, è senza dubbio — e per quasi l’intera durata della narrazione — il protagonista dichiarato della serie.

Izuku Midoriya occupa il centro del racconto, ma My Hero Academia sceglie sin dall’episodio inaugurale di non costruirsi attorno a un eroe solitario.

Attorno a lui si dispiega infatti una costellazione di personaggi che, ciascuno a modo proprio, conquista spazio, centralità e potere decisionale all’interno della storia.

Dare voce a tutti

Questa scelta narrativa è tutt’altro che priva di rischi. Affidare ruoli significativi a una moltitudine di personaggi implica la possibilità concreta di perdere il fuoco dell’intreccio principale, di appiattire le caratterizzazioni o di non riuscire a governare dinamiche, relazioni e sviluppi temporali in modo coerente.

È una scommessa che può facilmente tradursi in dispersione.

Kōhei Horikoshi, tuttavia, sceglie deliberatamente di correre questo rischio — e lo vince.

La sua penna concede spazio e voce a chiunque: eroi e villain, studenti e docenti, figli e genitori, cittadini comuni e figure marginali, persino ad un piccolo senza quirk che accarezzava da lontano un sogno totalmente fuori dalla sua portata.

Nel farlo, l’autore costruisce con precisione quasi certosina non solo le identità dei singoli personaggi, ma anche le loro trasformazioni nel tempo, modellate dagli eventi, dalle relazioni e dalle ferite subite.

Comprendere il male

8 stagioni sono servite a scavare a fondo negli ideali di colui che desidera distruggere ogni cosa, Tomura Shigaraki, e di coloro che, riconoscendosi nella sua determinazione, scelgono di guardare il mondo attraverso la sua lente, fino a dare forma all’Unione dei Villain.

È proprio nell’ottava stagione che la narrazione riesce a restituire un senso — ammesso che davvero possa esisterne uno — anche alle ambizioni di All For One, il villain per eccellenza della serie.

La creatura più potente, più spietata e più opaca, che sin dall’inizio si frappone tra il mondo e la sua fragile aspirazione alla pace.

Ciecamente spinto dal desiderio di riappropriarsi del One For All, cosa cercava davvero All For One?

Il potere assoluto, o piuttosto qualcosa di più intimo e disturbante: l’attenzione del fratello gemello, l’unico legame mai realmente spezzato?

Horikoshi riesce così a compiere un’operazione fondamentale: collocare lo spettatore nei panni di ciascuno dei suoi personaggi principali, fino a rendere labili i confini tra ciò che definiamo “eroico” e ciò che etichettiamo come “malvagio”.

Attraverso figure come Stain, allo spettatore vengono consegnati nuovi strumenti di lettura: vere e proprie lenti attraverso cui osservare la società degli eroi.

L’eroismo smette di apparire come una categoria monolitica e rassicurante, e inizia a vacillare sotto il peso delle sue contraddizioni strutturali.

Questo cambio di prospettiva si radicalizza ulteriormente quando vengono svelate le storie personali di Himiko Toga, Dabi, Mister Compress, Spinner e Kurogiri.

I villain cessano di essere meri ostacoli narrativi o cliché funzionali all’avanzamento della trama: diventano individui.

Ognuno di loro è dotato di una storia degna di essere raccontata, di una vita osservata nella sua interezza, illuminata dalle circostanze sociali, affettive e sistemiche che l’hanno plasmata.

Crescere insieme al protagonista

Un lavoro altrettanto accurato viene svolto sugli amici di Midoriya e sulle figure apparentemente più marginali che lo affiancano.

Conoscere le loro origini, i momenti di svolta, le aspirazioni e le paure consente non solo di instaurare una connessione empatica profonda, ma anche di seguire con naturalezza il flusso degli eventi, percependo ogni passaggio come necessario e organicamente costruito.

Horikoshi ha poi voluto regalarci due traiettorie evolutive di particolare rilievo:

la prima, e un po’ meno netta, riguarda Shoto Todoroki introdotto come il figlio prodigio di un Endeavor frustrato e ossessionato, schiacciato dalle aspettative paterne, dalla fragilità materna e da una famiglia lacerata, conclude la serie come uno dei migliori hero debuttanti e come pilastro di un nucleo familiare che, pur tra le macerie, ha saputo ricomporsi e generare qualcosa di buono.

la seconda riguarda Katsuki Bakugo, l’eroe dall’animo più villain della serie debutta umiliando Midoriya e spingendolo verbalmente verso l’annientamento.

Attraversa la narrazione divorato dall’ammirazione per All Might e dall’incapacità di eguagliare la determinazione di Deku, alimentando un carattere irascibile e violento.

Il punto di svolta arriva, paradossalmente, quando l’Unione dei Villain gli offre la possibilità di esprimere tutta la sua rabbia al loro fianco: è in quel rifiuto che Bakugo comprende che la sua furia non è distruzione, ma lo strumento con cui difende la propria idea di giustizia e di pace.

Tra la fine della settima stagione e l’ottava, Bakugo espone finalmente le sue fragilità, trasformandole nel motore della sua determinazione, fino ad arrivare a sconfiggere con le proprie mani la prima forma di All For One.

Un’armonia corale

My Hero Academia è costellato anche di meteore: personaggi apparsi per pochi episodi, capaci comunque di lasciare un segno profondo.

Ritrovarli quasi tutti nell’episodio finale restituisce la sensazione di una coralità compiuta, in cui ogni frammento narrativo trova finalmente il proprio posto, incastrandosi con quelli degli altri in un disegno unitario e coerente.

I ricorsi della storia e la sua eredità

Motivi che tornano, significati che maturano

All’interno di My Hero Academia si rincorrono numerosi motivi ricorrenti.

Apparentemente introdotti come semplici slogan o immagini reiterate, questi elementi tessono in realtà un filo sottile che attraversa ogni episodio, per poi riemergere nelle fasi finali della narrazione caricandosi di un significato più profondo, quasi definitivo.

Nel primo episodio assistiamo alla scena fondativa di Izuku Midoriya: la scoperta di essere privo di quirk, le pianto disperato, l’abbraccio impotente di sua madre.

Inko Midoriya, per tutta la durata dell’anime, non pronuncia mai parole di incoraggiamento esplicite rispetto al sogno del figlio di diventare un eroe.

Eppure, nell’episodio finale, la ritroviamo a guardarlo combattere contro il villain più pericoloso mai esistito.

Per la prima volta non piange per le sue ferite, né per la paura di perderlo.

Si unisce invece alla folla che congiunge le mani in un gesto collettivo di speranza e grida anche lei: «Ganbare, Izuku!»

. Horikoshi ci mostra così, con una forza silenziosa ma dirompente, Inko non più soltanto come madre preoccupata, ma come sostenitrice consapevole dell’eroe che suo figlio è diventato.

Tendere la mano: un gesto fondativo

Uno dei rituali simbolici più potenti della serie è senza dubbio quello del tendere la mano.

Non solo metaforicamente verso il prossimo, come missione di ogni hero, ma anche in maniera concreta per afferrare la mano di qualcuno che in quel momento ha bisogno di essere aiutato; come gesto fisico, concreto, che sancisce un legame e una responsabilità.

Il primo momento iconico è nella quarta stagione, quando Deku e Lemillion distruggono la dimora di Overhaul per raggiungere Eri e afferrarle la mano, strappandola a un destino di violenza sistematica.

Un secondo passaggio cruciale avviene durante il periodo di Midoriya come hero errante: i compagni di classe lo affrontano per costringerlo a tornare indietro.

Lui tenta in ogni modo di fuggire, di ristabilire una distanza protettiva, ma il lavoro di squadra permette a Iida di afferrargli la mano e costringerlo, finalmente, ad ascoltare quanto sia amato.

Negli ultimi episodi è poi Izuku a compiere il gesto più estremo: afferrare entrambe le mani di colui che, più di tutti, non ha mai chiesto di essere salvato.

Le mani di Shigaraki. Quelle di Tenko Shimura. Nonostante il potere terrificante capace di disintegrare qualsiasi cosa tocchino, Deku le stringe per tentare di raggiungerlo, di portare pace a un cuore devastato prima ancora che corrotto.

Questo gesto ritorna anche in una relazione trattata per tutta la serie con estrema delicatezza.

Poco prima della conclusione, Horikoshi ritaglia uno spazio di intimità in cui Izuku riesce finalmente a parlare a cuore aperto con Ochaco Uraraka.

Lei è sconvolta dalla battaglia appena conclusa, segnata dalla perdita di una persona che ha cercato di salvare fino all’ultimo.

In quel momento è Izuku ad afferrarle la mano e a ricordarle tutte le volte in cui è stata lei a farlo per lui: alle ammissioni alla U.A., il primo giorno di scuola, ogni istante in cui lo ha sostenuto, fino al discorso con i rifugiati della U.A., per convincerli ad accoglierlo nonostante rappresentasse una minaccia.

Stringendole la mano, Midoriya pronuncia una frase che assume un valore immenso, non solo per la loro relazione ma per l’intero impianto simbolico della serie:

«Tu sei sempre stata il mio eroe.»

Ma il ricorso più potente di tutti è forse quello che Izuku ci offre già nel primissimo episodio: questa è la storia di come sono diventato il più grande degli eroi .

Per stagioni lo vediamo correre verso quel sogno, rompersi le ossa, sacrificarsi, inseguire un ideale che inizialmente sembra coincidere con il primo posto nella classifica degli hero — il modello incarnato da All Might.

Col passare del tempo, però, quell’obiettivo si trasforma. Si distacca dalla competizione, dalla fama, dalla posizione, per diventare qualcosa di più profondo e radicale: essere il più grande degli eroi non significa essere il più forte, ma colui che si lancia per primo.

Ed è proprio All Might, in uno degli ultimi episodi, a pronunciare la frase che ribalta definitivamente la prospettiva: «È stato perché tu quel giorno ti sei lanciato che il mio corpo si è mosso istintivamente. Da allora, per me, tu sei sempre stato… il più grande degli eroi.»

All Might, il Top Pro Hero per eccellenza, la figura più idealizzata da Izuku, rivela di averlo visto come il più grande degli eroi fin dal primo istante: un ragazzino senza quirk che si è lanciato a salvare qualcuno senza esitazione.

Perché Midoriya, in quello spoiler, un po’ ci ha mentito: lui è stato il più grande degli eroi dall’episodio 1.

È per questo che All Might decide di affidargli non solo il One For All, ma il proprio destino e quello del mondo.

Ed è sempre per questo che, nell’ultimissimo episodio, è ancora All Might a fargli un ultimo dono.

Un dono che racchiude l’eredità collettiva dei legami costruiti da Izuku: Hatsume, che lo ha sempre sostenuto con le sue invenzioni; i compagni di classe; Bakugo, che forse più di chiunque altro lo ammira come eroe.

Insieme, contribuiscono alla creazione della tuta che permette a Midoriya di tornare in pista, anche dopo aver ceduto il One For All, anche senza un quirk.

Non come simbolo di potere assoluto, ma come risultato di una comunità.

My Hero Academia si chiude così come era iniziato: con un gesto, non con un trionfo.

Non con la vittoria del più forte, ma con l’affermazione di un’idea di eroismo profondamente umana, fragile, imperfetta.

L’eredità che Horikoshi lascia non è un mondo finalmente salvo, ma una responsabilità condivisa: quella di tendere la mano, anche quando farlo fa paura, anche quando sembra inutile.

Forse è proprio questo il senso ultimo della storia di Izuku Midoriya.

Non insegnarci come diventare eroi, ma ricordarci che lo si è già, ogni volta che scegliamo di lanciarci.

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